Se i primi due capitoli della nostra analisi sulla “Dogana Digitale” (Resi e DUAA) parlavano di opportunità e semplificazione, questo terzo capitolo deve necessariamente parlare di rischi. L’equazione è semplice: un sistema doganale completamente digitalizzato e trasparente (come quello imposto dal Codice Doganale dell’Unione aggiornato) vede tutto. E quello che vede, se non conforme, lo sanziona con una velocità e una precisione che l’occhio umano non aveva.
Le nuove linee guida sulle sanzioni doganali operative dal 2026 non lasciano scampo all’improvvisazione: la “buona fede” nell’errore di compilazione è sempre più difficile da dimostrare quando i dati vengono validati da algoritmi prima ancora che la merce parta.
I 3 Errori Capitali dell’E-commerce
Secondo i report dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, le sanzioni nel settore e-commerce si stanno concentrando su tre macro-aree, spesso sottovalutate dai merchant che si affidano ciecamente ai corrieri senza controllare i dati:
- Errata Classificazione (TARIC): Assegnare un codice doganale generico (“Parti e accessori”, “Altri manufatti”) per sbrigarsi o per pagare un dazio inferiore è la violazione più comune. Oggi, l’intelligenza artificiale doganale incrocia la descrizione del prodotto, le immagini (spesso scansionate dai link del sito web indicati in fattura) e il codice dichiarato. Se l’IA rileva che quelle “scarpe sportive” (dazio 17%) sono state dichiarate come “pantofole” (dazio ridotto), scatta l’accertamento automatico per Dichiarazione Infedele, con sanzioni che vanno dal recupero dei dazi evasi fino a multe che possono superare il 200% dell’importo.
- Sottovalutazione del Valore (Undervaluation): Una pratica diffusa nel dropshipping asiatico, ma rischiosa anche per l’export italiano verso mercati con soglie di esenzione basse (es. USA de minimis). Dichiarare un valore di transazione inferiore al prezzo reale di vendita per far risparmiare dazi al cliente finale è frode doganale. Con lo scambio dati automatico tra piattaforme di pagamento e dogane, l’incongruenza tra quanto incassato (PayPal/Stripe) e quanto dichiarato in dogana emerge immediatamente.
- Origine Preferenziale non dimostrata: Dichiarare “Made in Italy” (o Origine Preferenziale UE) per azzerare i dazi a destino (es. in UK o Canada) senza avere le prove in azienda (dichiarazioni dei fornitori) è un boomerang. Se scatta un controllo a posteriori e l’azienda non ha i documenti, oltre al recupero dei dazi, si rischia la denuncia penale per Falso in Atto Pubblico.
La “Blacklist” degli Operatori
Un aspetto spesso ignorato delle nuove normative 2026 è il Rating di Affidabilità Doganale. Le aziende che incorrono in frequenti rettifiche o sanzioni finiscono in una sorta di “lista grigia” nei sistemi di analisi dei rischi (CRMS). Questo comporta:
- Controlli fisici molto più frequenti (con conseguenti ritardi nelle consegne ai clienti).
- Perdita dello status di Esportatore Autorizzato.
- Impossibilità di accedere alle procedure semplificate (come lo sdoganamento in luogo).
Prevenire è meglio che pagare
Per gli eCommerce Manager, la lezione del 2026 è chiara: la dogana non è una commodity logistica da delegare totalmente al corriere espresso. È una funzione aziendale critica. Investire in software che automatizzano l’assegnazione corretta dei codici HS (Harmonized System) e verificare periodicamente che i valori dichiarati in fattura export coincidano al centesimo con i valori del carrello è l’unica assicurazione contro sanzioni che possono erodere anni di margini.
