E-commerce, giungla di tasse online

e-commerce e tasseSfoglia più di 900 pagine di regolamento e allarga le braccia. «È una questione complessa» ammette il funzionario dell’Agenzia delle dogane «e a volte, fra da applicare, imposte sul valore aggiunto da calcolare e norme Ue in contraddizione con quelle italiane, facciamo fatica pure noi».Figuriamoci un comune consumatore che ha deciso di comprare via internet qualcosa fuori dall’: non sa che si sta per inoltrare in una vera e propria giungla di balzelli che possono fare aumentare anche di parecchio il prezzo dell’oggetto acquistato.

Ogni giorno i pacchi extra Ue che arrivano negli uffici delle Poste italiane (il principale a Lonate Pozzolo, dietro all’aeroporto di Malpensa) e in quelli dei corrieri internazionali sono circa 50 mila. E molte di più sono le buste contenenti merce. Dentro c’è di tutto: dalle magliette agli orologi, dalle carrozzine per neonati agli apparecchi elettronici. Acquisti fatti, di solito via web, soprattutto in Cina, negli Stati Uniti, in India. Ovvero ovunque il prezzo prometta uno sconto rispetto ai cartellini esposti sugli scaffali in patria. Peccato che a volte ci sia la sorpresa, e la promessa di un risparmio a portata di clic non venga mantenuta. A causa dei costi di importazione. Che possono essere anche due o tre volte il prezzo pagato per l’articolo. E così l’affare si trasforma in un «pacco». «Succede, e neppure tanto raramente, che una volta scoperto quanto si deve pagare per poter ritirare la merce ce la lascino qui» raccontano alle dogane.

Stabilire quanto si deve pagare al postino per ricevere la merce solo in teoria è semplice. In realtà è un sudoku per burocrati. L’abc dell’import per i privati stabilisce che fino a 22 euro di merce non si deve versare nullada 23 si devono aggiungere anche le spese di importazione mafino ai 150 euro si paga comunque solo l’, mentre oltre questa cifrasi pagano sia i dazi sia l’imposta sul valore aggiunto. In realtà, la faccenda è più complessa, per tre ragioni.

La prima è che in Italia i dazi si pagano anche al di sotto, tra 23 e 150 euro, nonostante le norme europee. La seconda è che non è affattofacile stabilire con esattezza la tipologia di merce e quindi l’aliquota del dazio da applicare. La terza è che quest’ultimo dipende non dal paese in cui si è deciso di comprare, ma da quello da dove arriva il prodotto.

Perché, se si decide di comprare una bicicletta online negli Stati Uniti, ma poi questa mi viene spedita dalla Cina, dove viene prodotta, le cose si complicano. L’acquisto della bicicletta, o anche solo di un pedale, comporterà infatti un dazio del 48,5 per cento sul valore della merce, anche se l’acquisto è avvenuto in un paese dove i dazi su questa tipologia merceologica sono di gran lunga inferiori: appena il 14 per cento.

Non solo. Le televisioni pagano il 14 per cento di dazio, però se non c’è il sintonizzatore, che magari viene spedito in un secondo momento, diventa un monitor e non c’è nulla da pagare. Un altro esempio? Quasi tutte le componenti elettroniche di un computer sono esenti da dazio in base agli accordi 2008 della Wto perché sono necessari per collegarsi alla rete internet. Ma altre parti, come gli hard disk, il dazio invece lo pagano. Ancora? Per favorire l’energia fotovoltaica i pannelli solari hanno l’Iva al 10 per cento e non pagano nulla di dazio. Anche se provengono dalla Cina.

I più informati sanno che in rete esiste un trucco per distriscarsi nel mare magnum di dazi, disposizioni e norme antidumping. Si chiama  ed è un software disponibile sul sito dell’Agenzia delle dogane. Nulla di complicato, teoricamente parlando: è sufficiente inserire la tipologia della merce e il paese da cui proviene per avere tutte le notizie necessarie per effettuare un acquisto consapevole. Peccato, tuttavia, che ci si debba districare fra migliaia di sottocategorie merceologiche; e che le informazioni sulle limitazioni di importazioni non siano nero su bianco, ma facciano riferimento a norme e regolamenti italiani o europei che bisogna avere poi la pazienza di trovare, tradurre dal gergo amministrativo, capire e applicare.

Così, per evitare di appesantire la testa e svuotare il conto in banca,molti aggirano la questione facendo scrivere semplicemente «gift» sul pacchetto. Essendo un dono, non dovrebbe esserci stata compravendita: un accorgimento che dovrebbe permettere alla merce di superare la frontiera senza pagare né dazio né Iva. In teoria. «Li fermiamo tutti» spiegano alle dogane «e almeno sette su 10 sono irregolari». Di fatto, il trucco è un invito al controllo alla frontiera.

Quel che per gli uomini delle dogane è un rompicapo, per chi acquista cercando l’affare a ogni costo può diventare un incubo. Ognuno dei 50 mila pacchi che ogni giorno arrivano in Italia dai paesi extracomunitari fa coppia fissa con una bolla di accompagnamento. Ovvero un foglio sul quale il mittente ha indicato la merce contenuta nell’involto, il suo valore (ovvero il prezzo pagato dal destinatario) e i costi di trasporto. Gli impiegati delle Poste italiane (che incassano per ogni pacco 2,07 euro) calcolano dazi, Iva ed eventuali sovrattasse e spediscono al destinatario in uno o due giorni. Ma una quota dei pacchi viene fermata e controllata dagli uomini della dogana. «Se tutto è regolare, il pacco riparte e arriva a destinazione nei due giorni successivi. Se invece ci sono, come si dice in gergo, delle difformità, si ferma tutto». Almeno un pacco su tre contiene merce contraffatta o presenta incongruenze tra il valore dichiarato e quello reale.

In questi casi che succede? Borse «replicate», scarpe taroccate e orologi fasulli vengono sequestrati e distrutti. Se poi l’acquirente reclama la merce, rischia come minimo una segnalazione alla procura per incauto acquisto, come massimo una denuncia per ricettazione, se gli invii sono frequenti e ripetuti. Se invece il problema è, per usare un eufemismo, un «errore di calcolo» sul valore della merce dichiarato alla dogana, si fanno le valutazioni corrette e l’acquirente dovrà soltanto pagare di più. A meno che la dogana non riesca a dimostrare che c’è stata unadoppia fatturazione, con una minima parte del prezzo pagato a fronte di una fattura da allegare al pacco e il resto sborsato in nero con la carta di credito. «In questo caso i reati commessi sono due: falso in atto pubblico e contrabbando. Li prendiamo tutti, basta controllare le transazioni».

E poi ci sono prodotti che si fermano alla dogana perché norme internazionali ne vietano il commercio, come il corallo, l’avorio o la flora protetta: l’eventuale ingenuità dell’acquirente non è una scusante. Mentre possono esserlo le malattie. Tuttavia i farmaci, come cibo e alcolici,subiscono particolari controlli sanitari e se arrivati dall’India vengono regolarmente sequestrati perché ritenuti contraffatti.

(di Franco Oppedisano su Panorama.it)

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