Italia, banda ultralarga: il piano di allargamento è sempre più lontano

Il piano pubblico Italia a 1 Giga, pensato per portare la fibra a 1 Gbps a milioni di indirizzi entro il 2026, subisce una battuta d’arresto: oltre 700mila indirizzi fisici sono stati esclusi, e con loro rischiano di sparire dall’obiettivo decine di migliaia di famiglie e imprese. La promessa resta viva, ma la strada per la “Gigabit society” italiana si fa sempre più incerta

Nel 2025 l’Italia si trova a fare i conti con una brusca frenata del suo ambizioso piano per la banda ultralarga. Già concepito come il motore per colmare il divario digitale, il progetto Italia a 1 Giga, avviato nell’ambito della strategia nazionale per l’ultrabanda con l’obiettivo di offrire connessioni da almeno 1 Gbit/s a civici non serviti entro il 2026, ha appena subito un pesante correttivo. 

Lo scorso 4 novembre, Infratel Italia ha pubblicato una nuova mappatura che segnala come “non collegabili” 707.092 numeri civici inizialmente inclusi nel piano. A questi se ne  sommano circa 3,8 milioni che, secondo le proiezioni, entro il 2028 resteranno con connessioni sotto i 300 Mbit/s, dunque ben lontani dall’obiettivo di 1 Gbps. In totale, circa 4,5 milioni di unità immobiliari rischiano di restare escluse da una vera rete ultraveloce

L’impatto non riguarda solo le abitazioni private ma anche le piccole e medie imprese. I dati più recenti mostrano che circa 36% delle Pmi non sono ancora raggiunte da fibra FTTH. Anche se la quota di imprese collegate è aumentata, passando dal 49% del 2023 al 64% oggi, la piena copertura appare lontana e il 100% sembra un traguardo per molte zone irraggiungibile. 

Dov’è il problema? Secondo un recente rapporto dell’istituto I‑Com, la vera zavorra del piano non è solo tecnica o economica, è burocratica. Per completare i nuovi lavori servono, infatti, autorizzazioni per gli scavi, ma in alcune Regioni le procedure richiedono in media più di 90 giorni per ottenere il via libera. Nelle regioni del Centro Italia la situazione è anche peggiore, con tempistiche che superano i 100 giorni. 

In più, secondo I-Com, non è raro che amministrazioni locali blocchino i lavori con ordinanze motivate da ragioni generiche di “sicurezza pubblica” od “ordine pubblico”: decisioni che non si reggono su una legittimità reale e costringono spesso le aziende a ricorrere alla via giudiziaria. 

Dal punto di vista politico, la correzione del piano non è passata inosservata. Il Governo, tramite il sottosegretario con delega all’innovazione Alessio Butti, ha giustificato la riduzione del target come una misura necessaria per evitare la perdita di circa 700 milioni di euro di fondi PNRR. 

Secondo alcuni osservatori, tuttavia, l’uscita dalla corsa per molti indirizzi fisici significa la nascita di nuove “aree bianche” digitali, ovvero zone dove nemmeno le tecnologie alternative (FWA, satellite) garantiscono una connettività davvero adeguata. 

Perché tutto questo avviene nonostante le risorse ci siano (il piano inizialmente prevedeva circa 3,8 miliardi di euro per quasi 7 milioni di civici) e che le gare siano state già tutte aggiudicate? La ragione si concentra sulla complessità reale dell’Italia: tradurre un progetto ambizioso in fibra ottica oggi significa districarsi tra centinaia di amministrazioni locali, normative diverse, autorizzazioni lente e spesso caotiche, e una struttura territoriale frammentata.

Il rischio, per decine di migliaia di cittadini e imprese, è di restare tagliati fuori dalla “rivoluzione digitale”: senza banda ultralarga, l’Italia rischia di perdere competitività, in particolare in un momento in cui sempre più servizi – dallo smart working, all’istruzione, alla sanità, all’ecommerce – si basano su connessioni stabili e veloci. Le infrastrutture non sono più un dettaglio: sono condizione di pari opportunità.

Eppure, malgrado i ritardi e le esclusioni, l’obiettivo ufficiale resta in piedi. Il Piano continua, e sarà fondamentale nei prossimi mesi verificare come cambierà la strategia per recuperare questi gap. Per le regioni più fragili, per le aree rurali, per le Pmi e soprattutto per quei milioni di cittadini che non possono permettersi di restare in “zona grigia digitale”, la posta in gioco resta altissima.

Redazione Linea e-Commerce

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