La Commissione europea ha annunciato il rinvio delle norme ad alto rischio dell’Ai Act fino a dicembre 2027, attraverso il pacchetto normativo Digital Omnibus. La mossa, rivolta alle grandi aziende, scatena perplessità tra esperti e associazioni che temono un indebolimento delle tutele
La Commissione europea ha sospeso parte delle più severe disposizioni previste dall’Ai Act, rimandando di oltre un anno la piena applicazione delle regole per i sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio. Con il pacchetto legislativo Digital Omnibus, presentato lo scorso 19 novembre, Bruxelles concede alle imprese più tempo per adeguarsi alle regole che avrebbero dovuto entrare in vigore ad agosto 2026, spostando la scadenza al dicembre 2027.
Il rinvio è motivato, secondo gli esponenti della Commissione, dalla necessità di lasciare margine per completare strumenti essenziali come standard tecnici, linee guida e meccanismi di controllo che devono essere pronti prima dell’entrata in vigore degli obblighi più stringenti. L’esecutivo insiste: “non si tratta di deregulation, ma di una riflessione profonda sul quadro regolatorio per renderlo più efficace e sostenibile”.
Tuttavia, la decisione ha suscitato reazioni fortemente critiche. Da una parte, associazioni di consumatori e attivisti temono che lo slittamento permetta alle aziende tecnologiche di continuare a operare con Ai rischiose senza adeguate verifiche, in settori sensibili come la selezione del personale, la valutazione scolastica o la concessione dei prestiti. Secondo Peter Norwood di Finance Watch, la legge rischia di trasformarsi in una strategia di “deregolamentazione per accelerare”: gli algoritmi potrebbero continuare a prendere decisioni fondamentali per la vita delle persone, senza il livello di trasparenza o controllo previsto.
Il grande cemento attorno alla riforma arriva anche da parte del settore tecnologico. Il gruppo di lobby CCAi, che comprende colossi come Amazon, Apple, Google e Uber, ha accolto con favore il rinvio, pur chiedendo misure ancora più chiare e coraggiose da parte dell’Ue. Per CCIA, il Digital Omnibus non risolve tutte le critiche: restano “soglie di rischio sistemico” che andrebbero riviste e problemi di extraterritorialità del copyright da correggere.
Ma ci sono anche voci discordanti. L’organizzazione BEUC, che rappresenta i consumatori europei, denuncia un indebolimento dei diritti fondamentali: Agustín Reyna, direttore generale, accusa la Commissione di favorire quasi esclusivamente le Big Tech, invece di bilanciare gli interessi tra imprese e cittadini.
Il ritardo non è l’unico nodo critico. Alcuni Stati membri non hanno ancora creato le autorità nazionali necessarie per applicare l’Ai Act, come evidenziato da Hanane Taidi, direttore generale del TIC Council. Senza queste strutture, gli organismi di valutazione della conformità non possono essere notificati, compromettendo l’intero sistema di enforcement.
Il quadro politico è complicato. Alcuni eurodeputati – soprattutto tra il centrosinistra e la sinistra – criticano l’Omnibus perché, a loro avviso, modifica leggi recenti senza le normali consultazioni pubbliche né una vera analisi d’impatto su cittadini e imprese. Questo rischia di rendere il percorso legislativo ancora più tortuoso, soprattutto su temi delicati come la definizione del rischio nei modelli Ai.
Nel frattempo, l’ex primo ministro italiano Mario Draghi aveva già chiesto, a settembre 2025, una pausa (“stop the clock”) nell’attuazione dell’Ai Act per valutare meglio i rischi. Ma la Commissione, in quel momento, replicò spiegando che non era previsto alcun blocco completo dell’entrata in vigore: l’obiettivo rimaneva “far funzionare le regole nella pratica”, non cancellarle.
Secondo molti analisti, la delicatezza della decisione riflette una tensione cruciale per l’Europa: bilanciare la tutela dei diritti fondamentali con la competitività tecnologica. Da una parte, una regolamentazione precoce e rigorosa dell’Ai era stata progettata per cautelare salute, equità e sicurezza. Dall’altra, le pressioni delle grandi aziende – unite alla necessità di standard armonizzati – spingono verso una maggiore flessibilità.
Se il Digital Omnibus verrà approvato, il rinvio dell’obbligo non sarà una sospensione totale delle regole, ma un rinquadramento temporale: questo darà spazio alla definizione di linee guida e strumenti concreti, ma potenzia il potere discrezionale delle autorità di vigilanza nella fase transitoria.
Le prossime settimane saranno decisive: il pacchetto deve ancora passare il vaglio degli Stati membri e del Parlamento europeo, e il dibattito potrebbe trasformarsi in un banco di prova per le future politiche digitali dell’Unione.
