Se il 2025 è stato l’anno della confusione — con quel “contributo amministrativo” tutto italiano di 2 euro che ci ha diviso e fatto discutere — il 2026 deve essere l’anno della chiarezza. Il Consiglio dell’Unione Europea ha finalmente rotto gli indugi, formalizzando quella che considero la riforma più necessaria (e tardiva) dell’ultimo decennio: la franchigia doganale dei 150 euro ha i giorni contati. Dal luglio 2026, l’Europa chiude le porte al Far West.
Diciamolo chiaramente: questa non è una notizia fiscale, è una notizia geopolitica. L’Unione ha deciso di sanare un vulnus normativo che per anni abbiamo denunciato e che ha permesso ai giganti dell’ultra-fast fashion e del bazar asiatico di inondare il nostro mercato con miliardi di pacchetti esentasse. Per noi merchant italiani, questa decisione ha un sapore di giustizia. Significa la fine della concorrenza sleale basata non sul prodotto, ma sulla logistica creativa.
Ecco perché questa è la svolta che aspettavamo.
Il fallimento della norma locale e la beffa della Triangolazione
Bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere cosa stava accadendo sotto i nostri occhi, anche dopo l’introduzione della “tassa italiana” nell’ultima Manovra. L’intento del nostro Governo era giusto — recuperare risorse dai costi doganali — ma lo strumento era spuntato di fronte alla realtà dei confini aperti europei.
Il mercato, fluido come l’acqua, aveva risposto immediatamente attivando quella che io chiamo la “giostra della triangolazione”. Per evitare i 2 euro italiani o per aggirare i controlli di Malpensa, i grandi player internazionali hanno semplicemente spostato le pedine sulla scacchiera. I cargo non atterravano più in Italia, ma venivano dirottati su Ungheria, Belgio o Olanda. Paesi con maglie di controllo storicamente più larghe e procedure “friendly”.
Il meccanismo era diabolico: sdoganato il pacco a Liegi o Budapest — spesso ancora in franchigia — la merce diventava magicamente “comunitaria”. Da lì, via camion verso l’Italia. Risultato? Una beffa atroce. L’Erario italiano perdeva gettito, la nostra logistica perdeva volumi a favore degli hub nordeuropei, e noi merchant continuavamo a subire la concorrenza di prodotti a basso costo che entravano dalla finestra dopo che avevamo chiuso la porta. La nuova norma UE chiude questa falla sistemica. Imponendo il dazio alla fonte su tutti i 27 Stati membri, non esiste più un “porto franco”. Che il pacco atterri a Milano o a Rotterdam, il trattamento sarà identico. La triangolazione perde ogni vantaggio economico. Non si scappa più.
L’algoritmo che “spezza” gli ordini
Fino a ieri, la soglia dei 150 euro era il sacro graal del commercio cross-border asiatico. Una norma nata in un’epoca in cui l’e-commerce era agli albori, pensata per i regali della zia d’America, trasformata nella base legale per imperi miliardari. Ho visto personalmente come il meccanismo di elusione fosse diventato sofisticato, integrato direttamente nel software di vendita.
Se un utente provava a ordinare 200 euro di merce, l’algoritmo del marketplace interveniva dividendo l’ordine in due spedizioni da 100 euro. Risultato per il venditore cinese? Dazio zero. Questo garantiva loro un vantaggio competitivo artificiale, spesso superiore al 20%, rispetto a un venditore italiano che, importando regolarmente in container, paga i dazi su tutto il valore, oltre all’IVA e agli oneri, prima ancora di vendere. Abolire la franchigia significa eliminare questo incentivo alla radice. Non sarà più conveniente spezzare gli ordini, perché si pagherà sul primo centesimo. È la fine del dumping fiscale legalizzato. Non chiedo protezionismo, chiedo un level playing field: giochiamo tutti con le stesse regole.
Il “Compliance Blind Spot”: trasparenza o niente
C’è un terzo aspetto, forse quello che mi sta più a cuore: la sicurezza. La franchigia ha creato un flusso di miliardi di pacchettini “anonimi”, impossibili da controllare. Gli esperti lo chiamano “Compliance Blind Spot”, io preferisco “buco nero informativo”.
Sotto quella soglia, i dati richiesti erano minimi. E così abbiamo permesso l’ingresso di giocattoli pericolosi, cosmetici non a norma, elettronica non certificata. Le nostre dogane, sommerse, potevano fermarne una frazione infinitesimale. Il dazio obbligatorio inverte l’onere della prova. Per calcolare l’imposta, la dogana deve sapere esattamente cosa c’è nel pacco. Il marketplace o il venditore extra-ue dovrà fornire il codice TARIC reale e la descrizione vera.
La “tassa” diventa così un filtro di qualità: se importare “spazzatura” diventa costoso e burocraticamente rischioso (perché dichiarare il falso è reato), il modello di business basato sulla quantità a discapito della qualità crolla. L’Europa si è mossa con i suoi tempi pachidermici, ma la direzione è quella giusta. Per l’e-commerce italiano, stanco di competere con chi correva senza zavorra, questa è la notizia dell’anno. L’era del Far West logistico sta finendo. E permettetemi di dire: era ora.
