Non più solo un’etichetta “Made in”. L’Unione Europea prepara il terreno per l’obbligo del DPP. Per chi vende online, significa dover gestire una mole di dati mai vista prima.
Se pensavate che il GDPR fosse stato complesso, preparatevi al DPP (Digital Product Passport). Il 2026 è l’anno in cui la normativa europea sull’Ecodesign entra nella fase di implementazione tecnica, e l’impatto sull’e-commerce sarà sismico.
Cos’è il DPP
In sintesi: ogni prodotto immesso sul mercato UE dovrà avere una “carta d’identità” digitale, accessibile tramite QR code o NFC. Scansionandolo, il consumatore (e le autorità doganali) dovranno vedere:
- Composizione esatta dei materiali.
- Percentuale di materiale riciclato.
- Istruzioni per la riparazione e lo smaltimento.
- Tracciabilità della filiera produttiva.
Chi parte per primo
I settori “pilota” confermati per quest’anno sono le Batterie (già attivo) e, a brevissimo, il Tessile/Moda. Seguiranno elettronica e arredamento. Per un e-commerce multimarca, questo è un incubo logistico: non si potrà più vendere un capo semplicemente caricando una foto e un prezzo. Senza il set di dati del DPP fornito dal produttore, il prodotto sarà invendibile legalmente nell’UE.
L’impatto sul PIM (Product Information Management)
Le aziende si stanno muovendo in fretta. I software di gestione catalogo (PIM) si stanno aggiornando per ospitare questi nuovi campi dati. “La trasparenza diventa un attributo di prodotto al pari della taglia o del colore”, avvertono i consulenti legali. L’obiettivo di Bruxelles è chiaro: eliminare il greenwashing. Se scrivi “Ecosostenibile” sulla scheda prodotto, il Passaporto Digitale dovrà dimostrarlo, dato per dato. Chi mente, o chi non traccia, resta fuori dal Mercato Unico.
