La Commissione Europea ha impresso una nuova accelerazione nell’attività di vigilanza sul Digital Markets Act (DMA), aprendo ufficialmente un fronte di indagine sulle modalità con cui i gatekeeper stanno gestendo l’apertura ai sistemi di pagamento alternativi. L’intervento di Bruxelles mira a fare chiarezza sulle barriere economiche e tecniche introdotte negli ultimi mesi, le quali, secondo i rilievi preliminari, starebbero vanificando l’obiettivo di una reale contendibilità del mercato mobile.
L’azione odierna affonda le sue radici nel solco tracciato nell’aprile del 2025, quando la Commissione stabilì i primi standard di conformità per Apple e Google, imponendo la rimozione dei vincoli che impedivano agli sviluppatori di indirizzare gli utenti verso checkout esterni più convenienti. Se quel primo provvedimento (fonte: IP/25/1085) rappresentava il quadro normativo di riferimento, l’intervento attuale risponde a una necessità di enforcement immediato determinata dalla fine del periodo di monitoraggio sulle soluzioni implementate dai colossi tecnologici.
La Commissione interviene oggi poiché l’analisi dei flussi operativi e delle nuove strutture tariffarie ha evidenziato quella che viene definita come una “non conformità di ritorno”. In particolare, sotto la lente dei regolatori sono finite le cosiddette fee di tecnologia e le commissioni di rinvio applicate alle transazioni effettuate al di fuori degli store proprietari. Bruxelles sospetta che tali costi, sommati alle frizioni tecniche imposte agli utenti attraverso pop-up di avviso ridondanti e percorsi di acquisto deliberatamente complessi, fungano da deterrenti capaci di neutralizzare la concorrenza. Come riportato nel recente bollettino informativo (fonte: MEX/26/828), la tolleranza verso queste “nuove barriere” è terminata, poiché esse agirebbero come un ostacolo indiretto ma sistematico alla libertà di scelta del consumatore.
Per il settore del commercio elettronico, l’indagine ha un valore dirompente in quanto stabilisce che la conformità al DMA non può limitarsi a un’apertura formale, ma deve garantire condizioni economiche e operative eque. La Commissione sta valutando se le attuali pratiche di steering — ovvero il processo con cui un’app guida l’utente verso un sito web esterno per il pagamento — siano state disegnate per scoraggiare la transazione anziché per informare l’utente. Questo approccio si collega strettamente alla più ampia strategia europea per un ecosistema digitale trasparente, che ha visto solo pochi giorni fa il lancio dell’app ufficiale per la verifica dell’età, un altro tassello volto a centralizzare la sicurezza evitando che la gestione dei dati sensibili diventi un ulteriore pretesto per il lock-in tecnologico.
I merchant e gli sviluppatori che operano in regime Direct-to-Consumer guardano con estremo interesse all’esito di questo procedimento. Se la Commissione dovesse confermare l’illegittimità delle attuali fee di rinvio, si aprirebbe una fase di rinegoziazione forzata dei margini nel retail mobile, permettendo alle imprese di recuperare redditività su servizi e beni digitali oggi gravati da commissioni che arrivano a toccare il 30%. La Redazione continuerà a monitorare l’evoluzione dei fascicoli MEX, consapevole che la battaglia per i pagamenti in-app rappresenti oggi il test definitivo per l’efficacia del Digital Markets Act nel lungo periodo.
