Recensioni online, la fiducia tradita: perché il Governo vuole fermare i falsi giudizi sul Web

Dalle stelle comprate ai finti scontrini: il mercato delle recensioni false cresce insieme all’ecommerce. Ora l’Italia prova a mettere un argine a una giungla digitale che mina la fiducia dei consumatori

Le recensioni online sono diventate il nuovo passaparola. Prima di prenotare un ristorante, scegliere un hotel o acquistare un prodotto su una piattaforma di ecommerce, milioni di italiani scorrono commenti, confrontano stelle e cercano rassicurazioni nelle esperienze altrui. Ma quel sistema di fiducia collettiva, che negli anni ha orientato scelte e consumi, mostra crepe sempre più evidenti. Il Governo sta lavorando a una proposta per contrastare il fenomeno delle recensioni false, introducendo criteri più stringenti per dimostrare che chi recensisce abbia davvero acquistato o usufruito di un servizio.

Il problema non è marginale. Le recensioni false rappresentano oggi un vero e proprio mercato parallelo, alimentato da agenzie specializzate, profili fittizi e pratiche opache che vanno dall’acquisto di pacchetti di giudizi positivi fino alle campagne di recensioni negative pilotate per danneggiare i concorrenti. In un contesto in cui la spesa online continua a crescere e la reputazione digitale incide direttamente sul fatturato di aziende e professionisti, alterare il giudizio dei consumatori significa influenzare in modo scorretto l’economia reale.

La proposta su cui lavora il Governo italiano mira a rendere più difficile pubblicare recensioni non autentiche, chiedendo prove concrete dell’acquisto, come ricevute o scontrini, e introducendo obblighi di verifica per le piattaforme. L’obiettivo dichiarato è tutelare i consumatori, ma anche difendere le imprese oneste, spesso penalizzate da valutazioni manipolate che nulla hanno a che fare con la qualità del servizio offerto.

Il tema non è nuovo ma, negli ultimi anni, ha assunto dimensioni preoccupanti. Si stima che una recensione su cinque online possa essere falsa o ingannevole, con percentuali ancora più alte in settori come Ristorazione, Turismo e Servizi locali. Google, TripAdvisor, Amazon e le principali piattaforme digitali combattono il fenomeno con algoritmi e sistemi di segnalazione ma la rincorsa è continua: a ogni filtro corrisponde una nuova strategia per aggirarlo.

La questione è particolarmente delicata perché le recensioni influenzano direttamente le decisioni d’acquisto. Per molti consumatori rappresentano una forma di garanzia, un modo per ridurre l’incertezza e scegliere “meglio”. Ma quando questo strumento viene manipolato, il rischio è quello di trasformare la fiducia in un’illusione, spingendo le persone verso acquisti sbagliati e creando un danno economico diffuso. Non si tratta solo di soldi persi, ma di un rapporto di fiducia incrinato tra utenti, piattaforme e imprese.

Dal punto di vista delle aziende, il problema si muove su un doppio binario. Da un lato ci sono quelle che cedono alla tentazione di gonfiare la propria reputazione online, dall’altro quelle che subiscono attacchi mirati sotto forma di recensioni negative false. In entrambi i casi, il risultato è un mercato distorto, dove la qualità reale rischia di contare meno della capacità di gestire o manipolare la propria immagine digitale.

La proposta di chiedere una prova d’acquisto solleva però anche interrogativi. Se da una parte può ridurre il numero di recensioni fasulle, dall’altra rischia di complicare l’esperienza dell’utente, scoraggiando chi vorrebbe lasciare un commento autentico ma non ha più lo scontrino o non vuole condividere documenti personali. È un equilibrio delicato, che mette in gioco anche temi come la privacy e la responsabilità delle piattaforme.

Il nodo centrale resta proprio il ruolo dei grandi operatori digitali. Sempre più spesso, governi e autorità chiedono a Google e alle piattaforme di assumersi una responsabilità attiva nel controllo dei contenuti, non solo come intermediari neutri ma come attori che traggono profitto dalla reputazione online. In questo senso, la proposta italiana si inserisce in un dibattito più ampio a livello europeo, dove il Digital Services Act punta a rendere il Web più trasparente e sicuro per utenti e consumatori.

C’è poi un aspetto culturale da non sottovalutare. Negli anni abbiamo imparato a fidarci delle stelle e dei commenti come se fossero un giudizio oggettivo, dimenticando che dietro ogni recensione c’è una persona o, talvolta, un algoritmo. Rafforzare i controlli può aiutare ma serve anche una maggiore consapevolezza da parte degli utenti: leggere criticamente, confrontare fonti diverse, diffidare dei giudizi estremi.

Redazione Linea e-Commerce

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