L’introduzione della cosiddetta “micro-tassa” di 2 euro sui pacchi provenienti da Paesi extra-UE (di valore inferiore ai 150 euro) sembra destinata a un congelamento temporaneo. Secondo le ultime analisi sul decreto Milleproroghe, l’entrata in vigore della misura è slittata al 1° luglio 2026. Non si tratta di un semplice rinvio burocratico, ma di una scelta necessaria per evitare distorsioni di mercato che avrebbero penalizzato paradossalmente proprio il nostro Paese.
Il nodo della competitività logistica Dal punto di vista giuridico e doganale, un’applicazione unilaterale da parte dell’Italia avrebbe creato un cortocircuito. Come evidenziato anche dalle recenti cronache economiche, i grandi marketplace asiatici hanno già pronti i “contromovimenti”: dirottare lo sdoganamento verso porti e hub di Paesi membri che non applicano dazi simili (come Olanda o Ungheria). Una volta immessa nel territorio comunitario, la merce circolerebbe liberamente, rendendo la tassa italiana di fatto inesigibile e svuotando di volumi i nostri scali aeroportuali e marittimi.
Verso un sistema armonizzato europeo Il rinvio al luglio 2026 serve dunque a sincronizzare l’orologio nazionale con la più ampia riforma doganale dell’Unione Europea. In quella data, infatti, cadrà la franchigia dei 150 euro a livello comunitario. L’obiettivo di Bruxelles è chiaro: eliminare i vantaggi competitivi indebiti di chi spedisce milioni di micro-pacchi sfruttando le attuali pieghe normative.
L’Europa si muove verso un sistema di tassazione semplificato per categorie (i cosiddetti duty buckets), con oneri che dovrebbero attestarsi intorno ai 3 euro. Solo una norma armonizzata tra tutti i 27 Stati membri può garantire il rispetto del principio di equità fiscale, evitando che i merchant europei debbano competere con una mano legata dietro la schiena contro player che oggi godono di esenzioni non più sostenibili sotto il profilo della concorrenza.
Cosa cambia per il merchant italiano? Per chi opera correttamente sul nostro territorio, questo rinvio è una boccata d’ossigeno che allontana il rischio di ritorsioni logistiche immediate. Tuttavia, la direzione è tracciata: l’era del “porto franco” digitale sta finendo. Da giurista, non posso che sottolineare come la strada verso la trasparenza e la tutela del mercato unico passi inevitabilmente da queste riforme. Il 2026 sarà l’anno zero delle dogane digitali; farsi trovare pronti con una struttura dei costi adeguata non è più un consiglio, ma un obbligo strategico.
