Il vero collo di bottiglia di un e-commerce non si trova quasi mai nella pagina di pagamento, ma nell’estenuante fase di compilazione del carrello. Nonostante i motori di ricerca interni siano diventati incredibilmente sofisticati, l’utente è ancora costretto a digitare, filtrare e selezionare minuziosamente ogni singolo prodotto. È un processo ripetitivo che nel settore della spesa online o nel B2B della ristorazione può portare via decine di minuti preziosi, trasformandosi spesso in un motivo di abbandono.
Uber Eats e il distributore US Foods hanno deciso di abbattere questa barriera definitiva puntando su strumenti capaci di interpretare il disordine del mondo fisico. Con il lancio di Cart Assistant, Uber Eats permette ai propri utenti di saltare completamente la barra di ricerca. Immaginate di scattare una foto alla lista della spesa scarabocchiata su un foglio volante o attaccata al frigorifero: l’intelligenza artificiale riconosce la grafia, identifica i prodotti desiderati e li aggiunge al carrello, selezionando in autonomia le varianti che l’utente acquista abitualmente.
Questa tecnologia non si ferma alla carta. Se un utente sta guardando il video di una ricetta su un social media, può caricarne uno screenshot o il link diretto all’interno dell’app. L’assistente digitale analizza visivamente gli ingredienti necessari e prepara un ordine completo per realizzarla, eliminando il passaggio manuale di ricerca di ogni singola spezia o condimento.
Mentre nel mercato consumer si punta sulla comodità, nel B2B si lavora sull’efficienza operativa. US Foods ha integrato funzioni simili nel suo portale MOXē pensando ai ristoratori, professionisti che trascorrono la giornata tra i fornelli e hanno pochissimo tempo per la burocrazia degli ordini. Ora possono fotografare i prodotti in esaurimento in dispensa o dettare una lista vocale mentre controllano le celle frigorifere. In questo caso, l’intelligenza artificiale non si limita a trascrivere il parlato, ma interpreta il contesto. Se un cuoco dice “latte”, il sistema attinge allo storico degli ordini precedenti per capire se servono dieci cartoni da un litro per la caffetteria o una fornitura industriale per la pasticceria, trasformando l’intero processo da una compilazione manuale a una semplice conferma finale.
Questo cambio di paradigma verso quello che definiamo Agentic Commerce obbliga chi gestisce un e-commerce a una riflessione profonda. Il catalogo prodotti non deve più essere ottimizzato soltanto per l’occhio umano o per i classici algoritmi SEO di Google, ma deve diventare “digeribile” per gli assistenti digitali. Se i dati di un merchant sono disorganizzati o le descrizioni risultano ambigue, l’intelligenza artificiale di Uber Eats non riuscirà a mappare correttamente i prodotti e quel brand rimarrà escluso dal carrello automatico dell’utente.
La sfida non riguarda solo la tecnologia, ma anche la fiducia. Dare accesso alla fotocamera per scansionare la propria cucina o caricare foto di appunti personali richiede un livello di trasparenza che non tutti i consumatori sono ancora pronti a concedere. Tuttavia, la direzione sembra ormai tracciata: l’e-commerce del futuro non sarà più un luogo dove si cerca faticosamente, ma un ecosistema capace di interpretare un intento e trasformarlo immediatamente in una consegna, cancellando ogni frizione tra il pensiero e l’acquisto.
