Le attività di controllo condotte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Milano presso gli uffici di Amazon Italia Service S.r.l. segnano l’apertura di una nuova fase di accertamenti sul perimetro fiscale dei colossi del commercio elettronico. L’inchiesta, coordinata dai pubblici ministeri Paolo Storari e Valentina Mondovì, si inserisce in un filone investigativo ormai consolidato della Procura milanese, volto a scardinare l’architettura dei profitti che transitano sul territorio nazionale per essere poi contabilizzati in regimi fiscali più vantaggiosi. Al centro del decreto di perquisizione e sequestro notificato ai legali della società si troverebbe l’ipotesi di una “stabile organizzazione materiale” occulta, ovvero una struttura operativa che, pur gestendo flussi economici e personale in Italia, non verrebbe dichiarata come tale per evitare l’imposizione tributaria ordinaria.
L’indagine si muove su un terreno tecnico particolarmente scivoloso e delicato. Secondo quanto trapelato dagli ambienti giudiziari, l’attenzione degli inquirenti sarebbe focalizzata sulla possibile discrepanza tra la realtà fattuale delle operazioni condotte a Milano e la loro rappresentazione contabile. Si ipotizza che la sede italiana svolga mansioni strategiche e gestionali ben oltre la semplice assistenza o promozione, configurando quel legame territoriale che obbligherebbe il gruppo a versare le imposte sui redditi direttamente allo Stato italiano. Nonostante la gravità delle ipotesi di reato, che spaziano dall’omessa dichiarazione alla frode, è fondamentale sottolineare che il procedimento si trova in una fase preliminare. La presunzione di innocenza resta il pilastro cardine dell’intera operazione, in attesa che le verifiche sui dispositivi informatici e sulla documentazione sequestrata possano confermare o smentire l’esistenza di condotte illecite.
Il colosso di Seattle ha risposto prontamente attraverso una nota ufficiale, ribadendo la propria posizione di totale trasparenza e fiducia nel sistema normativo vigente. I rappresentanti del gruppo hanno confermato di collaborare attivamente con le autorità, sottolineando come Amazon rispetti rigorosamente le leggi fiscali in tutti i paesi in cui opera e come i propri investimenti in Italia abbiano generato migliaia di posti di lavoro e infrastrutture critiche per la logistica nazionale. Questa linea difensiva punta a dimostrare che la struttura societaria non risponde a intenti elusivi, quanto piuttosto a un modello di business globale integrato, dove le diverse filiali svolgono ruoli complementari e definiti dai trattati internazionali contro la doppia imposizione.
La memoria storica della nostra testata ricorda come non sia la prima volta che Amazon finisce nel mirino del fisco italiano ed europeo. Già in passato la società aveva siglato accordi transattivi con l’Agenzia delle Entrate per cifre superiori ai 100 milioni di euro per sanare pendenze pregresse relative a rilievi simili. Analizzando i nostri archivi, emerge in particolare l’inchiesta milanese del 2017 che portò al versamento di 100 milioni di euro per chiudere un contenzioso relativo al periodo 2011-2015. Più recentemente, abbiamo documentato come Amazon sia stata protagonista di vicende giudiziarie legate alla cosiddetta “somministrazione illecita di manodopera” attraverso le cooperative della logistica, un filone che aveva già visto i PM Storari e Mondovì contestare l’utilizzo di contratti d’appalto fittizi per abbattere i costi del personale e generare crediti IVA indebiti. Quei precedenti hanno creato la base giuridica per gli attuali approfondimenti sulla regolarità dei bilanci e sulla trasparenza delle transazioni infragruppo.
Per chi opera professionalmente nel settore, la portata di questa indagine va ben oltre il singolo marchio coinvolto. Essa richiama l’attenzione sulla centralità della compliance normativa come asset strategico e non solo come mero adempimento burocratico. In un mercato e-commerce sempre più regolato, la corretta gestione della fiscalità transfrontaliera e l’aderenza ai modelli di “stabile organizzazione” rappresentano la linea di demarcazione tra un business sostenibile e un’attività esposta a rischi reputazionali e finanziari devastanti. Gli eCommerce manager e gli imprenditori digitali devono oggi considerare il rischio legale con la stessa meticolosità con cui gestiscono i tassi di conversione o le campagne di acquisizione. L’incertezza derivante da accertamenti di questa entità può infatti paralizzare l’operatività di una piattaforma e minare la fiducia degli investitori, rendendo la consulenza legale preventiva un investimento indispensabile per chiunque miri a una crescita di lungo periodo.
Il caso Amazon, sebbene ancora tutto da dimostrare nelle sedi competenti, funge da monito per l’intero comparto digitale. L’epoca in cui la velocità di esecuzione e la scala globale potevano compensare zone d’ombra normative sembra avviarsi alla conclusione. Le autorità fiscali italiane, forti di strumenti tecnologici sempre più avanzati e di una cooperazione internazionale più fluida, appaiono determinate a garantire che la competizione nel commercio elettronico avvenga su un piano di parità, dove la capacità logistica e l’innovazione non possano tradursi in un indebito vantaggio fiscale a danno degli operatori nazionali.
