Diritto Recesso: le spese di consegna devono essere rimborsate

Diritto di Recesso

Sentenza Corte Europea

La Corte di Giustizia Europea  con sentenza del 15 aprile scorso emessa nella causa C-511/08 ha risolto un dubbio interpretativo  riguardante la   97/7/CE trasfusa in Italia nel Codice del Consumo (

).

Tale sentenza ha una valenza importantissima per l’attività quotidiana dei merchant.

La vicenda che ha portato alla decisione della Corte era la seguente: una società tedesca specializzata nella vendita per corrispondenza  prevedeva, nelle proprie condizioni generali di contratto, che le spese “originarie” di consegna del bene al consumatore rimanessero acquisite al venditore in caso di recesso del consumatore. Un’associazione di consumatori  aveva dunque promosso contro detta azienda una causa diretta ad ottenere la modifica delle condizioni contrattuali di modo che  al consumatore, in caso di recesso, fossero restituite, oltre al costo del bene, anche le spese sostenute per la spedizione. La Corte tedesca, non essendo chiaro sul punto  il dettato della direttiva europea dalla quale sono scaturite le normative dei singoli Stati a , ha sottoposto la questione alla Corte di  Giustizia della Ue.

Quest’ultima ha dunque dovuto pronunciarsi sul seguente quesito: secondo la direttiva europea è consentito alle addebitare al consumatore le spese “originarie” di consegna dei beni quando è esercitato il diritto di recesso?

Ebbene, la Corte di Giustizia  ha fondato la propria decisione sull’articolo della direttiva europea che tratta la questione ( art.6 n.1 e n. 2 direttiva 97/7) il quale prevede che “il fornitore è tenuto al rimborso delle somme versate dal consumatore, che dovrà avvenire gratuitamente” e che “ le uniche spese eventualmente a carico del consumatore dovute all’esercizio del suo diritto di recesso sono le spese dirette di spedizione dei beni al mittente”.

Ha dunque chiarito che in capo al venditore sussiste un obbligo generale di rimborso riguardante tutte le somme versate dal consumatore risultanti dal contratto, qualunque sia la causa del pagamento delle stesse.

Quindi non può essere svolta una distinzione tra prezzo del bene e spese di consegna: il merchant deve restituire tutte le somme versategli dal consumatore.

Infatti, ritengono i giudici europei, lo scopo della direttiva è quello di evitare che il consumatore sia dissuaso dall’esercitare il suo . E per il consumatore dover sostenere, oltre alle spese di restituzione al venditore-mittente, anche quelle di consegna “originarie”, potrebbe rendere antieconomico l’esercizio del diritto di recesso e dunque scoraggiarlo dall’esercitarlo.

Rimane, invece, pacifico, che spettano al consumatore le spese dirette di restituzione del bene al mittente (merchant) ma, attenzione, solo ove ciò sia espressamente previsto dal contratto. Concludendo, il merchant, in caso di recesso del consumatore,  dovrà provvedere a restituirgli tutte le somme che ha ricevuto: prezzo del bene e spese di consegna. Dovrà, poi, non dimenticarsi di inserire nelle clausole contrattuali l’obbligo a carico esclusivo del consumatore di sostenere le spese di restituzione del bene al mittente in caso di recesso.

Avvocato Cristina Rodondi – Consulente AICEL

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Sentenza dell corte

53 comments for “Diritto Recesso: le spese di consegna devono essere rimborsate

  1. 29 novembre 2016 at 2:15 pm

    Io vendo ma anche compero qu9indi capisco entrambi i punti di vista. Ci sono altre ragioni – oltre al prezzo – se uno decide di comperare via Internet. Ad esempio, qui in paese (circa 7000 abitanti) non ci sono molti negozi e se non ho la macchina a disposizione (capita) dovrei prendere un treno per andare nella città più vicina perdendoci mezza giornata. Quindi è logico comperare via Internet anche un maglione, oltrettutto c’è maggiore scelta. Quasi sempre chi vende via Internet punta tutto sul prezzo, quindi una spesa in più (il dover rimborsare il trasporto senza aver guardagnato su una vendita) mette in tilt. Che non dovrebbe essere. Statisticamente parlando quale percentuale di oggetti comperati vengono poi rimandati al venditore ? Sulla base di questo calcolo si forma il prezzo di vendita. Ad esempio : il trasporto costa 10. Se includo 10 nel prezzo di vendita e basta è un terno al lotto. Se invece calcolo, sperimento e scopro che in media 1 su cinque mi rimanda l’oggetto, dovrò calcolare 12 per il mio prezzo di vendita (10 + la quota di invenduto di 1 su 5). Così da non perdere nulla oi molto poco in caso di reso. Mi sono spiegata ? Questa è la vera natura dell’e-commerce. In quanto ad esigere che si paghi anche il ritorno (a meno di non aver saggiamente previsto questa clausola nel sito) è un tentativo dell’UE per rendersi simpatica ai cittadini perché ci sono sempre molti di più di compratori che di venditori.
    Senza parlare del fatto che i compratori si sono associati, i vendittori no. Dove sono queste associazioni di venditori ? Se esistono che forza hanno ? Nessuna perché ciascun venditore preferisce stare per conto suo. Sta al venditore stabilire il margine giusto per non rimetterci troppo nei resi, per trovare un buon trasportatore con buoni prezzi in modo che il trasporto incida pochissimo sul prezzo finale e creare con il cliente dlelle relazioni amichevoli che fa sì che il ciente soddisfatto parli bene del venditore. No, venditori e compratori sono praticamente alla pari, non c’è una parte debole di gruppo ma individuale e di quesot non possiamo fare nulla.

  2. Aurelio
    29 novembre 2016 at 3:21 pm

    @Claudio
    A chi si rivolge? Come un normale cittadino alla Legge.
    Fa causa per un acquisto di 29 euro? Se vuole fa causa sennò no. Come un normale cittadino.

    Esistono commercianti e cittadini onesti in Italia? Pochi. Tanto da una parte quanto dall’altra. C’est l’Italie.

    Questa è la Legge. Poco da fare. Senza tanta diplomazia, visto che lavoro sia come “commerciante” (il mio titolare veramente) e sono anche un acquirente online, quindi mi ritengo super partes. I negozi fisici sono destinati a fallire? Mah, non lo so, non saprei, secondo me ci sono ottime possibilità per alcune categorie. Amazon e chi verrà più avanti è troppo concorenziale, anche se facesse pagare il reso. Prezzi troppo bassi rispetto ai negozi, mi spiace, è la matematica.

    Poi se il consumatore o il negoziante ha ragione, è la Legge. O non s’è voluto impugnarla o si aveva torto: fine. Mi pare di leggere in forum stranieri (e sentire testimonianze di amici beatamente trasferiti) che non ci siano tutti questi “casini” in parecchi (non so dire se in tutti) gli stati della zona euro. Boh…

    Il maglione è un esempio che feci molto alla buona. Per l’acquisto online, chi – e dico CHI – ha una piccola attività e si mette a vendere maglieria online?!?!?!? Sono decathlon, Zara, Zalando non il negozietto di provincia. Se ha voluto farlo, beh, la Legge è scritta dai tempi di Hammurabi: hai sbagliato orientamento aziendale, lo sospendi e ritorni al vecchio commercio fisico. L’unico appunto lecito sarebbe “ma come faccio a sopravvivere e a vendere contro colossi come Amazon e via dicendo?”. Ah, beh, questo è un altro paio di maniche. Tanto quanto io lavare per anni sederi di anziani per 3 euro l’ora in nero con una laurea in tasca. E’ il bel mondo moderno: ma qui entriamo nella filosofia, per me se ne può anche discutere.

  3. 5 dicembre 2016 at 1:24 pm

    A parte le chiacchiere, sarebbe utile unirsi a delle associazioni estere UE che funzionino. Effettivamente, non ho trovato nessuno che si lagna di questi rimborsi “totali”. Mi sa che andrò a buttare un sasso nello stagno. Vi faccio sapere

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